Vademecum per “neo” milanesi, il “bigino” su Sant’Ambrogio.

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2019, uno di quegli anni in cui il ponte di Sant Ambroeus o Sant Ambrös – entrambi pronunciati “Sant’Ambrœs”, “che in italiano, e questa è la base, (dicono loro) la o normale si legge u la u si legge ü, come l’ululato dei lupi, e per leggere o ci vuole la ò accentata – è inesistente.

Uno di quegli anni, insomma, in cui verrebbe da chiedersi il senso della vita, perché sciare si scierà, ma giusto il tempo di un giro di rolex.
Manco bisesto, ma sicuramente molesto, il 2019 mina alle basi anche per chi ha casa a Courma le sempre altissime aspettative nei confronti del Santo Patrono.

Che, di suo, va però riconosciuto, oltre a tutto ciò che di norma il diritto all’aureola comporta, in anni meno funesti c’ha dalla sua, oltre ai tanti doni tra basiliche e riti alternativi per amanti architettonici e fedeli milanesi, un sior plus: i 4 quattro giorni in più di carnevale e un santo patrono che si festeggia il 7 dicembre il giorno prima di un’altra festività della Chiesa, l’Immacolata, così da portare, di norma, un lungo fine settimana di ferie alla vigilia del Natale.


Storia e leggenda di Milano e della chiesa Sant’Ambrogio è uno di quei personaggi che, parafrasando Fo, tutti conoscono ma nessuno conosce davvero: il fondatore del rito meneghino, innanzitutto, tutto voleva tranne che accettare la carica di Vescovo.

Perché tutto pensava tranne che diventare “santo”: figlio di famiglia romana bene, trasferitosi da poco dalle Gallie, fresco fresco di nomina di governatore e con una capacità oratoria che Cicerone levate proprio, il trentenne di belle speranze era forse pronto a scialarsela nell’appena scoperta Milano, quand’ecco che – valli a controllare i doni del signore – per una parolina di pace di troppo, risolte in quattro e quatr’otto le tensioni tra cattolici e ariani

Taaaac!  – viene incastrato dal (la molto poco innocente) intuizione del bambino-profeta di turno: “Ambrogio Vescovo”. E il dado è tratto. Oppure no? 

– viene incastrato dal (la molto poco innocente) intuizione del bambino-profeta di turno: “Ambrogio Vescovo”. E il dado è tratto. Oppure no? 

Nonostante gli svariati tentativi, coraggiosi, va detto, ma illusori – che una volta che l’Altissimo ha deciso, l’Immacolata insegna, manco la biologia può ostacolare – di sfuggire al proprio destino, adducendo motivazioni tanto lapalissiane (l’essere a digiuno di teologia e dunque di un’adeguata quando sufficiente preparazione) quanto grossolane (coinvolgendo giri di puttane), il cammino di Ambrogio è illuminato a led come quello di Pietro sulla via di Damasco.

Il ragazzo c’ha poco da fa’: quando il destino chiama il Santo risponde. Nonostante la poca esperienza, Ambrogio diventa presto uno dei più celebri oratori del suo tempo, capace di incantare intellettuali, convertire infedeli, segnare gli animi in modo tanto profondo da lasciare un’impronta significativa sulla chiesa di Milano destinata a fare la storia.

A lui si deve, infatti, l’introduzione del canto nella liturgia – brivido domenicale indimenticabile di ogni orecchio sinfonico dotato ed estasi celeste di ogni abbonata alla prima panca feriale.


Essendo Santo, dedica ovviamente la propria vita a poveri storpi deboli e ammalati, ma, a renderne davvero polposa la figura, più che semplicità, preghiera, ora et labora e compagnia varia, è la sconcertante notizia CERTA di Santo Battitore di beni della Chiesa, vendendo i beni di una chiesa per aiutare donne e bambini, rispondendo alle quanto mai sacrosante critiche con uno spocchiosissimo: “Se la Chiesa ha dell’oro non è per custodirlo, ma per donarlo a chi ne ha bisogno…

Meglio conservare i calici vivi delle anime che quelli di metallo”.
Il “come nasce” di materna memoria trova ahimè sempre conferma nei più inaspettati contesti.
Non chiamiamolo snobbismo. Al massimo cinismo.

Paolino, che nel 422 scrive La vita di Ambrogio, rende ancora più ghiotto il quadro  di questo straordinario individuo, introducendo alcuni topi della sua agiografia che entreranno nella leggenda: la morte santa; le gesta meravigliose; ma, soprattutto, il tipico sciame d’api che esce dalla sua bocca da neonato. Mentre Ambrogio infante dormiva tranquillo nella culla, infatti, uno sciame di api si posò sulla sua bocca. Il padre, chiaramente sorpreso, ma sia mai non preoccupato, esclamò bel tronfio: “Se questo figlio vivrà, diverrà sicuramente un grand’uomo!”. Quella che in fondo si dice capacità di visione.


Il 7 dicembre è Milano, fa Milano e definisce Milano.

O meglio chi ancora di puro ne rimane.

È Prima alla Scala. Per chi contava e ci tiene ancora a contare. Per chi ci terrebbe a contare e conta i soldi tutto l’anno per entrare.

Per chi conta e finge di non contare sul proprio contare. Proprietà pura e reale solo di chi di quel contare non si conta.

E’ inizio ufficiale del periodo Natalizio per famiglie e bambini: giorno di albero di Natale, di rottura di palle (non solo) di Natale, di letterina dei desideri, di cartoni animati sui sentimenti veri, di la pace è finita inizia la litania infinita del quanto manca a natale e saran 18 giorni in salita.

È “Oh bej oh bej” (come sono belli, come sono belli) – ricordo sbiadito della tradizionale fiera natalizia in cui annusare caldarroste e bere vin brulè nell’incantata nebbia di Piazza Sant’ambrogio e viuzze attigue – novello ritrovo di venuti-giù-con-la-piena affascinati dal totale appiattimento dei banchetti di piazza castello – escamotage gastronomico inventato nel 1510 da Giannetto Castiglione su ordine di Papa Pio IV per riaccendere la fede religiosa dei cittadini, e rispolverato oggi da venditori sgamati ch  portando in dono tante leccornie e dolci vari, a cui fanno da eco le esclamazioni di stupore e gioia degli abitanti “chi bieddu, chi bieddu”.


A Milano il 7 dicembre si celebra il ricordo di Sant’Ambrogio.

“Purtroppo a celebrarlo non restano Milanesi.
Per gli invasori in cerca di adozione
, allora mi preme allora ricordare allora almeno una tappa imperdibile: quella alla cosiddetta colonna del diavolo, in Piazza Sant’Ambrogio (proprio davanti la Basilica. Impossibile sbagliarsi).” (cit. C.M.C. – una barbara)
Ci sono almeno un paio di leggende in merito ma tutte hanno in comune la lotta fra il bene e il male, fra Sant’Ambrogio e il Diavolo in persona che leggenda narra che in una disputa con il Santo ebbe la peggio e fini incastrato con le corna in questa colonna. Qui sono ancora visibili i due buchi e si crede che il Diavolo da lì scomparve aprendo un varco per l’Inferno.
Avvicinatevi ai buchi ma con cautela: se sentiste odore di zolfo o grida di dannati è il caso di rifugiarsi subito fra le mura sicure della Basilica. O, tipo… A casa vostra?

Colonna del Diavolo

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