Artigianai, la pasta è una cosa seria.

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Sono un pasta addicted, lo confesso… se è vero, come dice Alessandro Dumas padre, che gli Inglesi non vivono che di roast-beef e di budino;

gli olandesi di carne cotta in forno, di patate e di formaggio;

i Tedeschi di sauer-kraut e di lardone affumicato;

gli Spagnoli di ceci, di cioccolata e di lardone rancido;

non stupirà che per noi italiani, nel mezzo del cammin di nostra vita, a indirizzare la via smarrita, sia la Regina della nostra tavola: Sua Signoria Maestà Pasta.

Pizzoccheri

Inutile mentire, raccontarsela, cercare alternative light, demonizzare il carboidrato, temere l’etto abbondante e non pesato: un piatto di pasta fatto a regola d’arte ha un prestigio che resiste anche oggi a qualsiasi altro richiamo dei tempi. Che guida i nostri passi nel tempo.

E’ quell’Elisir a cui può essere paragonato solo un grande amore.

E “desiderami come si desidera un piatto di pasta al sugo appena tornato dall’estero, amore mio” sembrano, non a caso, dire ancor di più le paste fresche, più o meno ripiene, della famiglia Peluzzi.

Di lavoro artisti, di professione produttori, per passione Maestri Pastai, i leggendari comaschi alle spalle del brand Artigianai, hanno fatto delle loro mani e della loro vocazione per la voglia di scoprire ogni giorno impasti e ripieni nuovi i veri ingredienti di un nome che è istituzione, tradizione e biglietto da visita della Val D’intesi.

Un biglietto da visita la cui prima edizione risale al 1939: dal suo arrivo a San Fedele D’Intelvi proprio quell’anno, infatti, la famiglia Peluzzi fa del proprio nome il sinonimo di attenzione all’eccellenza delle materie prime e al cibo di qualità.

Celeste Peluzzi è, per antonomasia, il Re della carne.

Il successo della sua macelleria, divenuta in brevissimo tempo un punto di riferimento – e di rifornimento – per l’intera valle, è tale da spingere i suoi tre figli a fare un passo verso la crescita della propria attività.

Sono i primi anni ’60 e Severino, Peppino e Luigi sono tra i primi a vedere nell’apertura di un reparto gastronomico all’interno della macelleria il futuro santo graal dell’utenza italiana.

Un take-away ante litteram che, prima del suo ritorno alla ribalta negli ultimi mesi a causa dell’emergenza Coronavirus, ai tempi era quanto di più prossimo alla fantascienza.

Ma mentre Severino e Peppi si limitano al lato imprenditoriale della faccenda, nelle vene di Luigi scorre sangue di pura passione per la cucina.

Un’inclinazione tanto forte da portarlo a lanciare, all’interno della macelleria.-gastronomia, la produzione dei primi ravioli.

Tortellini

Passano gli anni ma non viene meno la qualità delle materie prime, il sapore unico, la voglia di scoprire ogni giorno impasti e ripieni di versi, tanto che oggi, l’un tempo hobby di Luigi è alla radice stessa del prestigio da Grandi Maestri Pastai indissolubilmente legato alla famiglia. 

Ma, è il caso di dirlo, cosa bolle esattamente in pentola?

Ravioli di magro; Fagottini, quadrucci, tortellini e unghiette di carne; e ancora: tortellini per brodo; ravioli ai carciofi, mezzalune bresaola e rucola e ricotta e spinaci; ravioli tondi radicchio e speck o formaggio e noci; ma anche maccheroni, orecchiette, pappardelle, pizzoccheri, trofie, tagliatelle, strozzapreti… le paste fresche non hanno nulla da temere rispetto a quelle ripiene quanto a gusto e golosità.


Il tutto, inutile aggiungerlo, grazie alla scelta di ingredienti 100% made in Italy a filiera controllata, garanzia di quel sapore che nessun altro produttore al mondo riesce a raggiungere.

Non a caso, tra clichè e clichè, il legame se non con il mandolino, almeno con la pizza e la pasta non ci sentiamo proprio di negarlo. Del resto, per dirla alla Catherine Deneuve, “Gli italiani hanno solo due cose per la testa: l’altra sono gli spaghetti”.

Per dire, dello nostro popolo e della pasta, diceva anche Cesare Marchi, osservando come il nostro, più che un popolo, è una collezione. Che come per magia, però, quando scocca l’ora del pranzo, seduta davanti a un piatto di spaghetti, vede improvvisamente gli abitanti della penisola riconoscersi italiani come quelli d’oltre manica, all’ora del te, si riconoscono inglesi.

Strozzapreti

Neanche il servizio militare, neanche il suffragio universale (non parliamo del dovere fiscale) esercitano un simile potere unificante. “L’unità d’Italia sognata dai padri del Risorgimento oggi si chiama pastasciutta”.

Noi siamo spaghettinari! Il brodo ci scorre dritto nelle vene!
MR. PING Dal film: Kung Fu Panda

Inutile negarlo: l’amore per la pasta è un fatto Nazionale.

Secca o fatta in casa, al burro o all’olio, col pecorino o col parmigiano, con le verdure, con la carne, col pesce o solo con qualche erba fresca e profumata, la pasta compare sulle nostre tavole – almeno su quelle felici – come minimo una volta al giorno dal nord al sud d’Italia.


Infinite le sue forme e infiniti i modi di condirla, ma due soltanto le regole ferree: la pasta deve essere “espressa” e scolata al dente.

Soprattutto scolata al dente.

Quanto meno a sentire Sophia Loren che, In cucina con amore, già nel 1971 racconta della ricerca di una rivista americana secondo la quale proprio la pastasciutta «al dente» potrebbe essere una delle cause della vivacità erotica del latin lover.

Sebbene, pur con il massimo rispetto della diva, non giurerei sul fondamento scientifico di tale tesi, non si sa mai: sempre meglio provarla.

Non che per me la cosa rappresenti un grosso sacrificio.

Di tutte le meraviglie del mondo, la sola che posso mangiare ogni giorno, non solo senza noia ma con l’avidità di un appetito inalterato dall’eccesso, è la pastasciutta.

Le mie più grandi passioni, oltre al Palermo e alla pesca sono, infatti, i ricci di mare e la pasta al nero di seppia.

“Tutto quello che vedete lo devo agli spaghetti” diceva sempre Sophia.

Se forse le mie curve non sono all’altezza di tali e tante aspettative, certo è che quello che vedrete sempre nella mia cucina è un bel pacco di pasta.

Acquolina in bocca, ma timore di non superare la prova della prova costume in caso di eccessiva indulgenza nei confronti della propria passione per la buona tavola?

Per chi, come me, non fosse pronto, kg in più post-quarantena o meno, a passare dal vino alle spremute di spinaci, e dagli spaghetti alle alghe, ecco un (bel) po’ di ottime ragioni per darsi per non dire MAI di no a un buon piatto di pasta:

1. È ottima contro lo stress e dona benessere.
Meraviglia per gli occhi, gioia per l’olfatto, piacere per il palato, certo: la pasta ha più di un valido motivo per mettere di buon umore.

Ma la connessione tra cibo e stato d’animo non è fatta solo di gusto, ma di preziosi nutrienti: la pasta, infatti, contiene il triptofano, un aminoacido che si trasforma in serotonina, l’ormone della felicità.

Quello, per intenderci, che gli atleti producono mediamente dopo 2h di corsa e che qualsiasi homo sapiens può trovare facilmente in un piatto di pasta.

Oltre a questo, contiene vitamine del gruppo B, che aiutano il sistema nervoso a funzionare in modo adeguato.

Per questo, mangiandola ci si sente appagati e più rilassati. Un piatto di pasta è buono e fa bene all’umore: lo dice la scienza.

2. Va d’accordo con la dieta

La pasta può essere ottima per la dieta, perché ha un grande potere saziante. Inoltre, fra i diversi tipi di carboidrati che ci sono, la pasta è quella con l’indice glicemico più basso.

Il che, oltre a favorire il nostro rapporto con la bilancia, favorisce anche la protezione del cuore, perché non alza i livelli della proteina C reattiva, una proteina collegata al rischio cardiovascolare

3. Previene le malattie

La pasta contiene, da un lato, poco sodio e, dall’altro, molte fibre, in particolare quella integrale: questi sono elementi importanti per prevenire le malattie cardiovascolari e anche i tumori.

La pasta contiene inoltre molti sali minerali.

4. Digeribilità al 100%

Ottima per gli atleti proprio per questa sua caratteristica che ne permette il consumo anche a ridosso delle competizioni, la pasta è un alimento facile da digerire ed è in grado di dare molta energia all’organismo.

Pizzoccheri

Da piatto portante ad argomento interessante, la pasta non smette mai di stupire: anche per chi ne parla (e mangia) quotidianamente come me, infatti, esistono una serie di curiosità capaci di lasciare davvero a bocca aperta.

  • Fatta coi piedi! Fino al XIX secolo la produzione della pasta veniva affidata a lavoratori a piedi scalzi che si ritrovavano al ritmo della musica del mandolino – una storia un clichè, che durò fino all’intervento di Ferdinando II, il fu re di Napoli che, a metà ‘800 intuì che fosse meglio assumere un ingegnere per progettare un nuovo sistema… più igienico.
  • Mangiare o adorare? Questo è il dilemma.
    Quando una persona pensa di averle sentite tutte, ecco come farla ricredere: conoscete il Pastafarianesimo? É una religione parodistica creata dal fisico Bobby Henderson come segno di protesta contro la decisione del consiglio per l’istruzione del Kansas di sostituire, nei corsi di scienze, le teorie dell’evoluzionismo con quelle del creazionismo. Secondi gli adepti di tale culto (che giustamente concludono le loro preghiere con la parola Ramen), l’Universo intero sarebbe stato creato dal Prodigioso Spaghetto Volante, fatto di lunghi tentacoli (spaghetti) e grandi occhi (polpette).
  •  Meglio dal vivo che in televisione: Se i luoghi comuni legati alle tradizioni culinarie del nostro paese non sono pochi, il migliore ha origini niente popò di meno che cinematografiche: pensate che tra le ricette a base di pasta più amate oltre i confini nazionali figurano i famigerati spaghetti con le polpette, resi celebri dal cartone animato Lilly e il Vagabondo.
  • Pastasciutta o Pasta Asciutta? Abbiamo tutti ragione. Si può infatti scrivere in entrambi i modi: l’aggettivo “asciutta” deriva dal fatto che la pasta, stupore degli stupori, a differenza delle minestre, è senz’acqua, che viene “scolata”.
  • Leggende metropolitane: Si narra che il compositore Gioacchino Rossini amasse la pasta così tanto che se ne faceva mandare delle intere casse da Napoli. Nel 1859, lamentandosi con un amico per il ritardo di una di queste spedizioni, arrivò a firmarsi “Gioachino Rossini, Senza Maccheroni”.
  • Nemica del popolo? Ebbene sì. Il piatto più amato da noi italiani ebbe degli oppositori. Delatori filosofici – Arthur Schopenhauer la definì ‘l’alimentazione dei rassegnati’, poiché alcuni ritenevano che potesse causare malattie mentali – politici – il partito fascista ne osteggiava l’assunzione in quanto riteneva che rendesse le persone pigre – e ideologici: il futurista Marinetti accusava la pasta di uccidere l’animo virile e guerriero degli italiani. Abolirne l’uso avrebbe liberato l’Italia dal grano straniero e favorito l’industria del riso. Per la gioia e la condivisione dello stesso Mussolini.
  • Dolce… o un po’ salato? La classica pasta al pomodoro esiste solo dal 1700. Inizialmente, infatti, la pasta veniva utilizzata come dolce preparazione e condita con miele, cannella e altre spezie. Risale addirittura a un secolo più tardi, nel 1839, il primo documento scritto in cui si parla di pasta con il sugo.

Ingrediente base della dieta mediterranea, chi si sarebbe mai aspettato che proprio la pasta, amata e conosciuta in tutto il mondo come simbolo della tradizione culinaria italiana, avesse una storia ricca di tanti simpatici aneddoti?

Lo sappiamo bene noi “sudisti”: se in Italia si producono infatti 3,3 tonnellate di pasta l’anno, al Sud se ne consuma più che al Nord.

Ai 40kg a testa consumati ogni anno in Sicilia si oppongono i 20Kg del Trentino Alto Adige.


C’è poco da dire: per noi la pasta è davvero una scelta di vita.
Pasta… e basta?

Manco per sogno:

La vita è una combinazione di pasta e magia” (Fellini)

Provare per credere: il mondo fatato in cui porterà le vostre papille ciascun prodotto Artigianai (acquistabile anche online) non ha limiti se non quelli imposti dalla vostra fantasia.

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